Paolo Sorrentino è il regista di uno dei due film italiani (l'altro è Gomorra) che hanno fatto saltare il banco di Cannes. Si tratta de "Il divo", il primo film sulla vita di un uomo, Giulio Andreotti, sulla scena politica sin dalla firma della Costituzione italiana. Con il sottotitolo provocatorio "La spettacolare vita di Andreotti", Sorrentino ha voluto andare oltre il biopic di una delle figure più influenti e controverse della scena politica italiana, lasciando campo libero all'istanza autoriale, come fece Bellocchio nel suo Buongiorno, notte, lungometraggio con finale a sorpresa sul delitto Moro.
Il Divo è un film per cui usare la parola capolavoro, a cui guardare con sincera ammirazione e orgoglio per un fiorente rinascimento cinematografico italiano, lasciandoci sedurre da un interrogativo: perchè il cinema italiano rifulge quando racconta la miseria umana nazionale?
LA TRAMA
La prima inquadratura del divo lo ritrae come un contemporaneo Nosferatu, con il cranio inflizato di aghi per agopuntura, a combattere le storiche emicranie del sette volte Presidente del Consiglio. Giulio Andreotti è sveglio. Scrive il suo diario. Intorno a lui, nella città, esplodono colpi di pistola e si consumano omicidi scomodi come quello del generale Dalla Chiesa e del giornalista Mino Pecorelli. Intanto, Andreotti passeggia per Via del Corso, pacato, caustico e imperscrutabile com'è sempre stato. Insieme alla sua corrente DC, composta tra gli altri da Cirino Pomicino, tiene il paese in uno stato d'immobilità permanente. Poi Tangentopoli. Poi la mafia e i processi.
La maschera impenetrabile si scioglie sotto le reazioni incontrollate, ma solo nella privacy domestica, dove una moglie che conosce l'uomo accanto a cui ha trascorso una vita intera, gli è vicina. Il divo, soprannome creato da Mino Pecorelli per il senatore a vita, è anche un riferimento ad una mondanità sommessa ma sempre presente e a quell'aura divina che rende Giulio Andreotti un uomo da guardare per imparare "come si sta al mondo".
LA CONFERENZA STAMPA
Paolo Sorrentino ha la faccia stanca di chi ha viaggiato troppo, di chi ha vinto tanto, di chi è contento e di chi deve difendersi. Fare un film come Il divo non è uno scherzo e lo sa. Dice ai giornalisti che spera che la polemica si crei non intorno a quanto Andreotti si sia arrabbiato dopo il film, ma sul film e basta. Se è bello o brutto, se piace o no. Ma non è così facile sfuggire ai riflettori che hanno seguito un uomo nella cui gobba, per dirla con Beppe Grillo, ha la scatola nera di sessant'anni di repubblica italiana.
La ricerca della verità parte un anno fa, data d'inizio dei lavori di documentazione fatti da Sorrentino per girare questo film. "La ragione per cui ho fatto Il Divo è la scena del bacio tra Andreotti e Riina". Una scena da manuale, una scena intensa, significativa, glamour nell'estetica e nella sostanza simbolica. Una scena cruciale da cui si dipana la necessità di negare e sottrarsi e archiviare e dimenticare. "Non esiste un buon film che non parli di una realtà non critica". Paolo Sorrentino non ha girato un biopic, ma ha consegnato ai posteri un manuale visivo di storia italiana a cui non si potrà non guardare per ricordare le miserie dell'Italia che fu.
Il divo
Regia: Paolo Sorrentino
Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Carlo Buccirosso, Massimo Populizio, Gianfelice Imparato
Durata: 110 minuti
Distribuzione: Lucky Red
Uscita: 28 maggio 2008
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Giulio Andreotti, biografia: wikipedia.it
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