I suoi graffiti sono un miscuglio di cupa malinconia e di squarci nella speranza. Come lo squarcio che, un giorno, gli portò via la milza e lo ispirò a tal punto da inserire particolari anatomici nelle sue opere. Come lo squarcio costante e ben più profondo che gli causò la droga, una schiavitù che lo avrebbe portato alla morte nel 1988 a soli ventisette anni. Jean-Michel Basquiat è uno dei rappresentanti di una generazione proteiforme, desiderosa di colorare ma incupita nell’animo da mille amarezze. Il mondo sembra avvolto da una smania di spendere e di consumare, mentre crescono le piaghe dell’inquinamento, della globalizzazione sfrenata, dell’AIDS. Come le figure svuotate di Haring ronzano come api in sfondi patinati, le crudeli maschere africane di Basquiat, retaggio delle sue origini haïtiane, si muovono in uno spazio non meno vuoto, ma proprio per questo carico del senso di critica della società dell’epoca, una società che lo stesso Basquiat ha subito nella sua mediocrità razzista. E per reazione alla stessa Basquiat imbratta, sporca, riempie il vuoto con le sue creazioni cariche, esorcizzando la fugacità dell’animo con l’immortalità della pittura.
Questo artista complesso è ora ospite dell’ultima esposizione alla galleria di Palazzo Ruspoli – Fondazione Memmo di via del Corso a Roma, a partire dal 2 ottobre. La selezione di 40 opere, in particolare di quelle che rappresentano parti del corpo umano, curata da Olivier Beggruen in collaborazione con la Schirn Kunsthalle di Francoforte, resterà nella capitale fino al 1° febbraio.
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