Una coperta, una poltroncina comoda e una bella dose di caffè. La serata ideale? No, il kit per sopravvivere al tanto blasonato Il papà di Giovanna. Un film che ha visto il trionfo di Silvio Orlando, premiato con la Coppa Volpi a Venezia, e il timido saluto di una critica che in genere ama coccolare il suo regista, Pupi Avati.
E’ una storia di emozioni, di amore incondizionato, di rapporti speciali, quelli che portano un genitore ad amare la propria figlia nonostante tutto. Giovanna è una ragazza disturbata, dalla psicologia malata, che vive in un mondo tutto suo. E’ una ragazza che ha bisogno di affetto, ma che si macchia di un terribile delitto. Un gesto rabbioso nei confronti di una sua compagna, ma una reazione al suo modo di amare e al suo desiderio di voler essere amata. Un episodio che disturba la quiete di un mondo apparentemente immobile, abituato a vedere Giovanna solo per le sue stranezze, ma che improvvisamente diviene un girotondo di colpevolezza, odio e disprezzo. Giovanna trova il distacco di sua madre, lo sente, anche se apparentemente non lo manifesta. Spera di vederla, o spera di trovare un pizzico di serenità, anche se chiusa in un manicomio criminale. Trova però l’amore, quello di un padre che decide di restarle accanto, nonostante tutto, nonostante la gente, nonostante il disprezzo di chi vede in Giovanna non una ragazza “speciale”, problematica, infelice, ma solo una sporca assassina. E questo pone una questione, che un po’ ci tocca, o almeno vorrebbe farlo. Possiamo amare i nostri figli nonostante tutto?
In realtà è qui che termina il film, perché sono le uniche cose belle che riusciamo a tirare fuori da una pellicola davvero superficiale e priva di ogni spessore artistico. Tanti sono i difetti di questo film. Innanzitutto il cast: tolto Silvio Orlando, non eccezionale ma semplicemente bravino, e salvando la vera rivelazione del film Alba Rohrwarcher nei panni di Giovanna (l’unica che ha saputo regalarci momenti di buona recitazione), il resto è roba da fiction di infima qualità. Francesca Neri è assente, incapace di comunicare qualunque tipo di emozione, nonostante l’aiuto delle lacrime artificiali; Ezio Greggio, Serena Grandi e Manuela Morabito recitano come in un saggio di fine anno alla scuola media. Stile voluto? Probabilmente no, perché a metterci del suo è la storia stessa. Un film ambientato nel 1938 ma che ci porta fino alla fine della guerra con la presunzione di raccontare la storia attraverso la superficialità con cui vengono descritti eventi, dettagli, momenti. Per non parlare dell'incredibile capacità di autodistruggersi col suo lasciare stare, col suo non approfondire, col suo citare. Chissà, forse con lo spessore di attori “veri” saremmo riusciti a guardare il film con occhi diversi o forse no. Probabilmente.
Ma guardando indietro, guardando avanti, guardando ora questo film, non posso non pensare che Pupi Avati sia uno dei registi più sopravvalutati del cinema italiano.
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